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Senz’altro e la chiesa più antica e più ricca di memorie ed opere d’arte, malgrado i furti e le spoliazioni di cui e stata oggetto nei secoli. Come gia accennato, risulta citata sotto varie denominazioni in diplomi carolingi ed ottoniani dei secoli VIII-X. Sicuramente la chiesa originaria era molto più piccola dell’attuale, ma rimane un mistero (almeno per chi scrive) la sua collocazione, se all’interno del complesso monastico (dove esiste una cantina chiamata “la chiesa vecchia”) o gia allora all’esterno, in posizione simile all’attuale.

Del resto, la chiesa ha subito nel corso dei secoli tanti e tali rimaneggiamenti da rendere estremamente difficoltoso (ma anche affascinante) ogni tentativo di fissarne con documentata sicurezza le fasi costruttive. La pianta attuale e a croce latina, anche se il braccio sinistro del transetto e ormai chiuso ed inglobato nel monastero, creando un forte squilibrio degli spazi interni.

 

La grande abside semicircolare ed il relativo catino sembrano pero richiamarsi a prototipi romanici. Chiesa e monastero furono assegnati fin dall’epoca ottoniana ai Benedettini di Montecassino, che vi insediarono un gruppo di suore di clausura, e a tale ordine rimasero soggetti, malgrado una secolare disputa con la diocesi dei Marsi circa la giurisdizione sul complesso. Numerosissimi sono i documenti in cui si parla di tale controversia, come di altre in cui le suore difendono i diritti di proprietà del monastero (e della chiesa) contro vari tentativi di usurpazione: il più antico risale al 21 gennaio 1171, ed e una bolla di Alessandro III con la quale il pontefice accoglie la richiesta della badessa Audoisia perché il monastero sia assoggettato all’autorità diretta del papa e non a quella del vescovo dei Marsi.

 

Altri documenti in cui si ribadiscono la dipendenza del complesso dalla sede papale, o vengono confermati i diritti di proprietà del monastero, o ancora si ordina di procedere contro gli usurpatori e di recuperare i beni sottratti, si succedono con ritmo abbastanza intenso negli anni seguenti: 6 luglio 1190 (Clemente III), l’giugno 1192 (Celestino III), 3 aprile e 11 maggio 1221 (Onorio III), 20 e 22 settembre 1279 (Nicolo III) e via dicendo. In molte di tali pergamene si possono trovare notizie interessanti: cosi, in una bolla di Martino IV del l’luglio 1281, l’abate di Subiaco viene incaricato di risolvere una controversia tra il monastero e due nobili romani, i quali impediscono agli abitanti di S. Donato e S. Michele (?) di avere libero accesso ai mulini del monastero che si trovavano “in Aluco vallis Talliacotti”.

 

Difficile indicare con precisione il luogo, ma non dovremmo certo essere molto lontani dalla verità indicando l’attuale Valle delle Mole. Un altro documento di grande importanza e il processo informativo sulla vita, morte e miracoli del beato Oddo da Novara, monaco dell’ordine certosino che nell’ultima parte della sua vita risiedette nel monastero esercitandovi la funzione di padre spirituale delle suore. Mori nel monastero e fu sepolto nella chiesa nel 1200. E significativo il fatto che il processo informativo venga richiesto da papa Gregorio IX nel gennaio del 1240, a soli 40 anni dalla morte. Tradizionalmente si data alla prima meta del ‘400 la costruzione della chiesa attuale, in sostituzione della chiesetta interna, quando il vescovo Tommaso devolse i diritti episcopali per una serie di lavori, diritti per la cui riscossione, dopo la morte del vescovo, dovettero intervenire gli ufficiali del conte Giannantonio Orsini. Ma nel documento di quest’ultimo (redatto in Tagliacozzo il 27 aprile 1437) si parla più genericamente di lavori di riparazione del monastero, e non di costruzione.

 

D’altra parte, in un documento del 25 marzo 1238 si conferma al monastero il diritto di seppellire i morti nella chiesa abbaziale (personalmente, nella chiesa-cantina non ho visto traccia di sepolture, ne alcuno ha potuto attestarne la presenza in passato); in altro documento del 4 marzo 1284 si concedono indulgenze a coloro che prestano la loro opera per i lavori della chiesa; in altro del 7 settembre 1363 si parla di indulgenze concesse a chi visita gli altari della chiesa; in altro del 9 gennaio 1378 idem per la cappella della Trinità; in altro del 27 settembre 1384 la cappella di S. Tommaso. Quindi la chiesa gia esistente nel XIII e XIV secolo era aperta al culto, vi si seppellivano i morti ed aveva una sua complessa struttura, con cappelle ed altari laterali. Rimane tuttavia vero che le cappelle citate sopra non esistono più, ma non si può non notare un altro aspetto importante; sulla facciata della chiesa, sul campanile, nell’interno della chiesa e del monastero sono conservati (erratici o incastrati nei muri) decine di pezzi scultorei romanici, resti di un arredamento (ambone, ciborio, iconostasi, ecc.), di un’importanza che mal si accorda con l’ipotesi di una chiesetta quasi di fortuna, quale sarebbe quella dell’attuale cantina del monastero.

 

 

IL portale d’ingresso alla corte interna e opera dello scultore lombardo Martino de Biasca, del 1452 (+ HOC OP FCVM E A D MCCCCLII MARTINUS DEBIASCA LOMMARDUS FC). Il de Biasca ha realizzato un secondo portale nella zona, a Torano, nella chiesa di S. Mnria delle Grazie, firmato e datato nl 1462 (A D MCCCCLXII MATINV// DE BIASCA LONGOBARDVS IESVS), molto simile a questo di S. Cosma, tranne per la presenza di elementi iconici, totalmente assenti nel primo. Ma forse il de Binsca e intervenuto anche nel vicino Palazzo Ducale. Lo stile dello scultore e ancora, in pieno Quattrocento, rigidamente tradizionale, una mescolanza di gotico e romanico, ma il portale si impone ugualmente per maestosità dell’insieme e finezza dei dettagli. Il cortile ha ormai perso la forma e le dimensioni primitive, per la costruzione della canonica, di un corpo aggiunto (il parlatorio) al monastero nel 1849 (data nella chiave dell’arco) e di un portichetto sul 1nto frontale del monastero. In origine doveva essere una sorta di trapezio irregolare e formare una specie di quadriportico, lasciando completamente libera la facciata.

 

Da notare, incastrate nel muro del parlatorio, una transenna traforata romanica circolare di buona fattura e sotto una finestra del maturo rinascimento. Il portale d’ingresso alla chiesa risale al pieno ‘500, e fu donato dai Colonna (il cui simbolo si intravede seminascosto tra i tralci di acanto del fregio) e dai De’ Leonibus, loro ufficiali in Tagliacozzo, il cui stemma e ripetuto due volte sulle facce interne degli stipiti. Nei pennacchi i SS. Cosma e Damiano in due clipei. Il rosone e opera romanica, come dimostrano le dimensioni contenute, le tozze colonnine mosaicate dalle forme svariate, gli archetti a pieno sesto, la vetrata policroma con legature in piombo (8). Due figure ai lati del rosone (un telamone e un togato), nonché un leone e una immagine mostruosa sugli spigoli della facciata, sono chiaramente sculture di reimpiego, gia facenti parte d’un complesso romanico, forse un pulpito o un ciborio.

 

Il campanile fu ristrutturato – e non costruito – nel 1564, per interessamento della Badessa Caridonia (ABBA CARIDA 1564), come dimostrano il lato frontale, in grossi blocchi di pietra sbozzati in conci più o meno regolari (la restante muratura e ad opera incerta, con cantonali più regolari e rifiniti), probabile residuo di una torre campanaria romanica, e la cella campanaria, dove sono state riutilizzate diverse lastre di marmo decorate con liste di mosaico policromo, che richiamano sia le colonnine del rosone, sia un portale nella chiesa-cantina (quest’ultimo tuttavia reinserito visibilmente in una collocazione non sua: il portale e architravato – e quindi rettangolare, – il vano in cui e posto e ad arco a pieno sesto!). Forse tali lastre appartenevano ad un’iconostasi. L’interno, ampio e arioso, si presenta spartito in tre grandi campate coperte da volte a crociera di considerevole ampiezza (oltre 12 metri). Nella chiave di volta del presbiterio e incisa la data 1541, nella mediana 1543: é ovvio che le date si riferiscono non alla costruzione delle volte, ma ad una loro ristrutturazione.

 

Tuttavia al suo interno la chiesa presenta un carattere fortemente baroccheggiante, a causa dei numerosi interventi succedutisi tra XVII e XVIII secolo. Appena si entra, sulla parete di destra, in una nicchia e un affresco con la Crocifissione tra i santi Giovanni Evangelista e Andrea (?). Opera del primo ‘500, modesta nelle figure e negli scorci, ma di grande suggestione nel paesaggio dolce e sereno, ricco di particolari acutamente indagati. Inoltre, l’intradosso dell’arco e decorato con finti cassettoni di buona maestria. Segue la porticina che immetteva nell’oratorio del SS. Sacramento (ORATORIV SOCIET.s SANC.mi SAC.ti = ORATORIUM SOCIETATIS SANCTISSIMI SACRAMENTI). Al di sopra la lapide commemorativa del marchese Filippo Resta (+ 1853). Continuando il percorso si incontrano: Altare dell’annunciazione. In legno finemente intagliato ed originariamente dorato ed argentato; nella cimasa il volto del Cristo; il quadro con l’Annunciazione e opera del Cavalier d’Arpino (Giuseppe Cesari, detto il, 1568-1640) o più probabilmente della sua bottega. Altare e quadro sono complementari, in quanto l’immagine del Cristo e in funzione di quelle del Padre e dello Spirito Santo; pertanto possono essere entrambi datati alla fine del ‘500 o ai primi del ‘600.

 

Altare della Presentazione. Di carattere gia dichiaratamente barocco, nei plinti reca gli stemmi della famiglia De’ Leonibus ed in alto nel timpano quello dei Resta. La pala d’altare rappresenta la Presentazione al tempio, opera di un classicismo sobrio ed essenziale, scorciata dal basso, in rapporto al punto di vista del fedele (tutti gli altari avevano in origine una mensa sporgente che fu tolta per aumentare la superficie utilizzabile della navata). Pulpito. Vi si accede attraverso una porticina aperta nel muro, cui conduce una scala in pietra sita nel vano retrostante. Questo era in origine una cappella laterale, come dimostrano la volta a crociera a pieno sesto (cioè romanica) e su uno dei capitelli un uccello stilizzato secondo stilemi tipicamente romanici. La cappella era dedicata al Beato Oddo, ed in essa era collocato il sarcofago dello stesso beato, prima che le ossa venissero raccolte nell’urna della lipsanoteca.

 

Il sarcofago e ora situato nel transetto sinistro, ed il piano dell’altare rimontato nello stesso luogo e chiaramente la lastra di chiusura. Tale lastra e, ad evidenza, un frammento architettonico riciclato. Il pulpito e del tipo pensile ed ha forma di parallelepipedo; sul lato frontale, in bassorilievo, c’e il Cristo tra S. Giovanni e S. Luca; sul lato destro S. Matteo, sul sinistro S. Marco. Il Cristo viene quindi visto come il Maestro tra i discepoli, ai quali trasmette il vero sapere. Infatti il pulpito poggia su mensole a forma di sfingi, simboli della conoscenza dei misteri filosofici, per cui viene qualificato come luogo della vera sapienza. Altare del beato Oddo. Fastosamente barocco, ha un andamento convesso come il boccascena di un teatro, la tela si abbassa con un congegno a carrucola (come un sipario) e scopre la lipsanoteca in volute di legno fantasiosamente incurvate ed intrecciate, e inframmezzate da testine di angeli. Su apposite basi sono collocati vari reliquiari ed una cassettina a vetri con le ossa del beato.

 

Altre due cassettine sono state rubate. Il quadro é opera di artista di buona mano del ‘700, forse romano. Nel fastigio sono le immagini in bassorilievo (presumibilmente stucco) della Maddalena penitente e di S. Caterina d’Alessandria, tra due angeli. Altare della Natività. Ora nel transetto destro, ma un tempo collocato nel posto dov’e ora il fonte battesimale (a sinistra entrando). Conteneva il dipinto con l’Adorazione dei pastori (v. oltre). Sul plinto sinistro lo stemma dei Bontempi, sul destro l’iscrizione (9). L’affresco nel catino absidale rappresenta l’Incoronazione della Vergine: opera di artigiano locale del 1950 circa. Altare maggiore. Opera fastosa e teatrale di puro gusto barocco, in legno scolpito integrato con stuccature e dorato, attualmente si presenta costituito da un basamento sul quale si innalza una sorta di tempietto a due piani: il primo ha pianta a croce greca, ma con l’articolazione delle colonnine corinzie più complessa; la copertura e a cupola emisferica con lanterna. Un tempo l’altare si presentava come una spettacolare e teatrale Sacra Rappresentazione. Sul piedistallo due angeli di grandi dimensioni innescavano un dinamismo ascensionale che portava ad una vera folla di angioletti seduti o acrobaticamente in equilibrio sui plinti, sulle cornici e sulle trabeazioni dei due ordini.

 

Sul plinto centrale dell’ordine superiore il Cristo risorto veniva in avanti con passo deciso come uscendo dal sepolcro con il vessillo in mano e costituiva il nucleo visivo e tematico della scena; gli angeli glorificavano ed esaltavano la sua Resurrezione (10). Tutte le statue sono state rubate nel 1991. L’altare non e perfettamente ortogonale all’asse centrale della navata, ma leggermente obliquo, con l’angolo sinistro un po’ arretrato. Non si può pensare ad uno spostamento casuale, dovuto a scosse telluriche o altre cause esterne, perché l’altare e solidamente impiantato e ancorato su un robusto muro che ne costituisce l’ossatura interna. Una spiegazione plausibile potrebbe essere questa: nel realizzare l’altare l’artista dovette risolvere il problema della luce naturale. Infatti il braccio destro del transetto doveva essere gia interamente ingombrato dal colossale organo barocco (purtroppo anch’esso scomparso) che nascondeva completamente la finestra in alto sulla parete di fondo (comunque più piccola dell’attuale).

 

In conseguenza della costruzione dell’organo fu chiuso anche, per ragioni di simmetria, il braccio sinistro del transetto, utilizzato come locale del monastero. Sulla parete destra della chiesa non ci sono finestre, il rosoncino sulla facciata era stato gia schermato e neutralizzato come fonte di luce dall’innalzamento del coro per le suore di clausura, per cui le uniche fonti di luce sono (ed erano) le due finestre in alto sulla parete sinistra. L’artista tenne quindi conto con grande intelligenza della direzione e dell’intensità della poca luce naturale a disposizione, obliquando l’altare in modo da catturare il massimo della luce delle due sole finestre, luce che cosi scivola sulle superfici, accendendo di bagliori la preziosità dell’oro e le specchiature di finto marmo rosso venato, che il recente restauro ha restituito al loro splendore. Se invece l’altare fosse stato ortogonale all’asse, la luce lo avrebbe colpito con incidenza più dura, creando ombre più contrastate, penalizzando la sapientissima doratura e quindi vanificando in parte la spettacolosa messa in scena della Resurrezione. Altare.

 

L’altare attuale ed il leggio sono stati ottenuti riutilizzando in parte i pezzi (balaustrini, pilastrini e cornici) di una splendida balaustra che separava il presbiterio dalla navata sul ripiano superiore della scala, in preziosi marmi-policromi o bianchi – sapientemente alternati. Gli stemmi sui pilastrini sono della famiglia Resta. Bassorilievo con la Deesis. Ritrovato casualmente sepolto in mezzo a materiale di scarto, e un altro dei frammenti romanici che testimonia le antiche origini dell’edificio. Rappresenta due angeli molto stilizzati che sorreggono un’aureola (mandorla) al cui interno sono ancora infissi i quattro chiodi a forma di croce ai quali era presumibilmente fissato un crocifisso. Parete del transetto sinistro: la Natività (o Adorazione dei pastori). Splendido quadro di pittore manierista della seconda meta del ‘500. L’artista mostra una complessa cultura, nella quale l’astrazione formale ed intellettuale del manierismo italiano sa fondersi con il particolarismo di quello nordico.

 

Cosi all’eleganza raffinata e sofisticata della Vergine si accompagna la caratterizzazione dei pastori, lo studio degli oggetti (la bisaccia, la zampogna, il cesto delle uova, ecc.) e degli animali (il cane, l’agnello), in una sintesi dinamica che sa sfruttare il verticalismo del formato nell’impostazione, mentre la mancanza di un nucleo aggregante comunica allo spettatore l’inquietudine commossa ed ansiosa con cui viene vissuto, da angeli e pastori, il miracolo della Incarnazione. La fanciulla in primo piano, che il bordo del quadro taglia a meta, non solo costituisce un invito allo spettatore a partecipare emotivamente al miracolo, ma e anche un ritratto, ed essendo stato l’altare dedicato dai Bontempi si può pensare ad una rappresentante di tale famiglia. Altare di S. Benedetto. Di stile barocco, in alto sul timpano un gruppo di angeli mostra i simboli della Passione.

 

Il quadro con l’Estasi di S. Benedetto e opera di buona mano del secondo Seicento, e si fa apprezzare per la freschezza dell’invenzione (con gli angioletti in primo piano che giocano col pastorale e la mitra del santo), la dinamicità della composizione e la maestria nell’uso delle luci, spesso in funzione costruttiva (cioè in sostituzione del disegno). Inoltre il pittore mostra di prediligere una concezione del fare artistico evocativa e ludica, in cui le forme giocano a suggerire immagini nascoste, allusive. Il discorso si dipana cosi su due piani: uno, quello della realtà esteriore, o dell’apparenza; l’altro, quello del significato nascosto delle cose, in cui la realtà trasmuta nell’artificio fantastico. In poche parole: la pancia dell’angelo che gioca con la mitra e un volto anamorfico, cioè deformato in modo da dover essere guardato (per riconoscerlo bene e reintegrarlo nelle sue esatte proporzioni) di sbieco, secondo un angolo di circa 45°; la schiena dell’angelo che gioca col pastorale e un puttino nudo a testa in giù, e nello stesso angelo il braccio destro, la spalla e la parte alta della schiena formano un putto nudo in piedi. In basso, in una nicchia, e conservato il corpo di S. Fortunata martire.

 

Gli stemmi sui plinti sono della famiglia Mancini-Argoli. Altare di S. Carlo. La pala rappresenta la Madonna col Bambino in gloria tra i santi Francesco e Carlo Borromeo. L’impianto compositivo riprende moduli collaudati, immediatamente persuasivi e comunicativi. L’opera e piuttosto debole, ma spicca il vigoroso realismo dei volti di S. Francesco e S. Carlo. Nella cimasa e dipinta la colomba dello Spirito Santo. Sopra il fonte battesimale e ora collocato il quadro con S. Emidio, importante, oltre che per la secolare tradizione devozionale di cui e oggetto (la festa del santo cade nell’ultima domenica di agosto) anche per l’interesse storico della rappresentazione di Tagliacozzo sulla sinistra, dove si riconoscono elementi del paesaggio urbano ormai scomparsi, come la torre civica fuori Porta da’ Piedi, ora inglobata in Palazzo Mastroddi, e l’affresco sulla Porta, ancora protetto dalla tettoia. Pur essendo stato pesantemente ridipinto, il quadro può essere datato alla seconda metà del sec. XVIII.

 

 

Note

(8) Se il rosone fosse cinquecentesco – come qualcuno vorrebbe – a che pro realizzarlo e subito dopo privarlo d’ogni funzione costruendo il soppalco per le suore?

 

(9) D-0-M / SACELLUM HOC / NATIVITATIS DNI /’ ERECTU ATQ DO / TATU AB HEREDIB / Q. MICHAELIS BON / TEPI A TALLO CU / IURE PRESETADI / I PERPETUU, CUM / ONERE UT SINGU / LIS DIEB LUNAE /’ PRO DEFUCTIS SA / TURNI PRO B. MA / RIA MISSAE CELE / BRETUR A DNI / MDCIX.

 

(10) Nella parte posteriore la cupola presenta uno spicchio tagliato, vuoto: probabilmente vi si ospitava un meccanismo – una sorta di braccio snodato? – che con un drappo copriva il Cristo nella settimana santa, e veniva poi sollevato nel momento cruciale in occasione della messa solenne. Inoltre sotto lo spicchio tagliato si apre una porticina che chiude un piccolo ripostiglio ricavato nello spessore del tempietto superiore. Tale ripostiglio e palesemente inutilizzabile quotidianamente, essendo ad oltre quattro metri di altezza, e non comunica col lato anteriore (dov’era il Cristo), per cui si può pensare che servisse per riporvi oggetti d’uso particolare, come il drappo e il meccanismo di cui sopra.

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Chiesa dei SS. Cosma e Damiano

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